Versetto al-Khatamiyya
Il versetto al-khātamīyya (in arabo: آيَة الخاتَميَّة), conosciuto anche come [versetto della] fine della missione profetica, è il 40° versetto della XXXIII sura del Corano. È l’unico versetto che presenta esplicitamente il Profeta Muhammad (S) come l’ultimo dei profeti inviati da Dio all’umanità. La conclusione della missione profetica con Muhammad (S) costituisce una dottrina fondamentale dell’Islam e un punto di consenso tra i musulmani.
L’inizio del versetto nega l’esistenza di un figlio biologico del Profeta (S) e annuncia poi la fine [della missione profetica]. Alcuni esegeti coranici ritengono che il legame tra l’inizio e la fine del versetto risieda nel fatto che, dopo aver smentito il legame biologico del Profeta (S) con altri, Dio richiami la sua connessione spirituale con tutti i credenti nel contesto della missione profetica e della sua fine. Il versetto invita i fedeli all’obbedienza verso il Profeta (S) in virtù della sua posizione di messaggero e guida.
Alcuni studiosi, basandosi sulla differenza lessicale tra nabi e rasul, hanno sostenuto che il versetto riguarda soltanto la conclusione della nubuwwa (profezia) e non della risala (messaggio). Pertanto, a loro avviso, sussiste la possibilità che un altro messaggero sia inviato dopo Muhammad (S). Gli esegeti coranici, tuttavia, hanno risposto che il concetto di nabi comprende anche rasul, ossia che ogni messaggero è anche profeta. Di conseguenza, con la conclusione della missione profetica, giunge al suo termine anche la missione di messaggero.
Posizione e significato
Il 40° versetto della XXXIII sura del Corano è chiamato “versetto della fine della missione profetica” o versetto al-khatamiyya. [1] Esso è considerato la prova più chiara della fine della missione profetica attraverso il Profeta Muhammad (S) [2] e mette in evidenza una delle sue virtù esclusive: la conclusione sia della missione profetica sia di quella di messaggero tramite lui. [3]
La fine della missione profetica tramite il Profeta Muhammad (S) è stato un argomento di consenso tra i musulmani [4] ed è ritenuta uno dei principi fondamentali dell’Islam. [5] Questo versetto è inoltre l’unico che menziona sia il nome (Muhammad) sia il titolo del Profeta (S) (Khatam al-Nabiyyin). [6]
Testo e traduzione
مَا كَانَ مُحَمَّدٌ أَبَا أَحَدٍ مِنْ رِجَالِكُمْ وَلَٰكِنْ رَسُولَ اللَّهِ وَخَاتَمَ النَّبِيِّينَ ۗ وَكَانَ اللَّهُ بِكُلِّ شَيْءٍ عَلِيمًا
“Muhammad non è padre di nessuno dei vostri uomini, ma è il Messaggero di Allah e il Sigillo dei Profeti; e Allah è onnisciente”.
(Sacro Corano 33:40)
Occasione della rivelazione
Per quanto riguarda l’occasione della rivelazione di questo versetto, si narra che in seguito al matrimonio del Profeta Muhammad (S) con Zaynab bint Jahsh (moglie divorziata di Zayd ibn Haritha, figlio adottivo del Profeta – S) alcuni ipocriti e compagni [7] tentarono di criticare tale gesto. [8] Ciò avvenne poiché, secondo la consuetudine preislamica, un figlio adottivo era considerato al pari di un figlio biologico. [9] Con la rivelazione di questo versetto, Dio si oppose a tale tradizione preislamica [10] e mostrò che l’adozione di Zayd era volta solo a elevarne il rango [11], e che un figlio adottivo non poteva essere pari a un figlio naturale, né un padre adottivo prendere il posto di un padre biologico. [12] Il versetto mette inoltre in luce un diverso tipo di legame tra il Profeta (S) e la sua gente. [13]
Collegamento tra l’inizio e la fine del versetto

All’inizio del versetto, il rapporto padre-figlio del Profeta (S) con gli uomini viene negato, mentre nella parte successiva si afferma il suo ruolo di messaggero di Dio e la conclusione della missione profetica con Muhammad (S). [14] Alcuni esegeti hanno osservato che viene sì negato il legame biologico del Profeta (S) con gli altri, ma al contempo Dio afferma il suo [del Profeta (S)] legame spirituale con la comunità, in quanto messaggero e sigillo della missione profetica. [15] In un’interpretazione affine, il Profeta Muhammad (S) viene considerato il padre di tutti i credenti, poiché egli è il sigillo e l’erede di tutti i profeti. [16] In questo senso, l’amore del Profeta per la sua gente, considerato che non vi sarà alcun profeta dopo di lui [17], è paragonato alle attenzioni di un padre verso i propri figli, che non hanno nessun altro all’infuori di lui. [18]
Altri autori ritengono che la menzione del ruolo di messaggero e della fine di tale ruolo, successiva alla negazione della paternità, serva a chiarire che l’obbedienza dovuta al Profeta (S) non deriva da un rapporto padre-figlio, bensì dalla sua funzione di inviato e di guida spirituale. [19]
Significato lessicale di khatam e khatim
Alcuni dei “Sette recitatori” leggono il termine خَاتمَ con la kasra (khatim), [20] mentre altri, tra cui 'Asim, [21] la pronunciano con la fatha (khatam). [22] Il termine khatam indica che il Profeta Muhammad (S) è l’ultimo profeta, [23] mentre khatim significa “colui che conclude la linea profetica”. [24] La differenza tra le due letture non altera in modo sostanziale il significato, poiché entrambe trasmettono l’idea della conclusione. [25]
Secondo alcuni esegeti, khatam significa ciò con cui qualcosa viene sigillato o concluso, e veniva usato per indicare il sigillo che serviva a proteggere una casa, un contenitore o una lettera da ogni alterazione. [26] Poiché uno degli strumenti di sigillatura era un anello inciso con il sigillo personale, khatam venne a significare anche “anello”. [27] Anche gli anelli puramente ornamentali, privi di incisione, venivano chiamati khatam. [28] Di conseguenza, alcuni hanno ipotizzato che l’appellativo di “khatam dei profeti” dato al Profeta (S), non indichi la fine della missione profetica, bensì serva a sottolineare la sua posizione di ornamento dei profeti. Questa interpretazione, tuttavia, è stata respinta da vari esegeti per la stretta connessione tra il termine khatam e l’idea di sigillo. [29]
Fine della missione profetica e del ruolo di messaggero
Talvolta sono stati sollevati dubbi riguardo al significato di questo versetto [30] e persino al concetto stesso di “fine”: [31] Dio intendeva forse dichiarare la conclusione della missione profetica soltanto per il Suo Profeta (S), lasciando aperta la possibilità che egli non fosse l’ultimo messaggero? [32] In risposta a tali dubbi, gli esegeti hanno ribadito che il ruolo di nabi include anche quello di rasul, e quindi la fine della missione profetica implica anche la fine della missione di messaggero. [33]
Analogamente, la risala rientra tra le conoscenze occulte comunicate da alcuni profeti, coloro che trasmettono all’umanità la verità rivelata. Pertanto, il Profeta (S) è al tempo stesso khatam dei profeti e khatam dei messaggeri. Il suo legame con il popolo è duplice: egli è un inviato di Dio e un profeta che trasmette la conoscenza divina, e tutte le sue azioni sono compiute per ordine divino. [34] Sono state proposte anche altre interpretazioni dei termini rasul e nabi. [35]
C’è contraddizione tra l’affermazione del versetto e l’esistenza dei figli del Profeta (S) e di al-Hasanayn (A)?
Sebbene il versetto al-khatamiyya affermi esplicitamente che il Profeta (S) non è padre di alcuno degli uomini tra la sua comunità, l’esistenza dei figli del Profeta (S), Qasim, 'Abdullah e Ibrahim, morti in tenera età, così come di al-Hasan (A) e di al-Husayn (A), considerati suoi figli, è stata vista da alcuni come una sfida al versetto. [36] A ciò è stato replicato che il termine rijal (uomini) non comprende i bambini morti nell’infanzia; [37] inoltre, al momento della rivelazione del versetto, al-Hasan (A) e al-Husayn (A) erano ancora impuberi. [38] In altre parole, Dio afferma che il Suo Profeta (S) non è il padre di alcuno degli uomini tra loro in quel momento. [39]
Per quanto riguarda al-Hasan (A) e al-Husayn (A), è stato anche sostenuto che essi sono discendenti indiretti, mentre il versetto nega la discendenza diretta. [40] Altri esegeti ipotizzano che il versetto significhi che il Messaggero di Dio (S) non è il padre di nessuno dei loro uomini, pur potendo essere padre degli uomini della sua famiglia. [41] Questa interpretazione trova conferma nel versetto della Mubahala, dove al-Hasan (A) e al-Husayn (A) sono chiamati abnāʾinā (“i nostri figli”). [42]